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aprile 2013

Workshop Identities of Places, Places of Identities, before and now, 26-30 Aprile 2013, Prijedor, Bosnia e Erzegovina.

 

main street di PrijedorQuesto workshop è stato organizzato e condotto da Federico Montanari e, come aiuto-coordinatore, Luca Frattura, entrambi membri di CUBE. Al workshop hanno partecipato, contribuendo in maniera attiva alla sua realizzazione, alcuni studenti, laureandi e dottorandi dell’Università di Bologna – come Federico Bellentani, Alessandro Chieppa, Maddalena Palestrini, e Matteo Modena ...

insieme ad un gruppo molto più vasto di studenti e giovani provenienti dai diversi paesi dell’area della ex federazione Jugoslava, in particolare Serbia e Kosovo e dalla stessa Bosnia-Erzogovina (Nis, Belgrado, Pristina, la stessa Prijedor le città di origine). Il workshop è stato pensato e realizzato assieme all’Associazione Il Trentino con i Balcani, già attiva su questo territorio da lungo tempo (http: //www. progettoprijedor.or

 

 

Il workshop ha avuto luogo su un terreno difficile, in cui ancora oggi insiste una complessa e drammatica situazione storico-sociale: durante la Guerra di Bosnia, tra il 1992 e il 1995, Prijedor e i suoi dintorni furono fra i luoghi in cui si ebbero i più atroci episodi di pulizia etnica, eccidi e stupri che accompagnarono la guerra etnico-civile della Bosnia ed Erzegovina (cfr., Ivekovic, 1995; Rastello, 1998; Osservatorio Balcani, 2008).

Lo scopo del workshop è stato duplice.

Da un lato ciò che ci si proponeva di fare era provare a costruire un primo percorso di “ricerca/azione” con gruppi di ragazzi e ragazze provenienti  non solo dalla città di Prijedor, ma  anche da paesi che oramai da tempo erano considerati stranieri (Serbia, Kosovo), e dunque portatori di uno sguardo altro, come pure di problematiche inerenti ad i residui di una conflittualità inter-etnica solo in parte sopita.

Per un altro verso l’obiettivo del lavoro svolto è stato quello di osservare, ri-raccontandoli e descrivendoli, gli spazi urbani attraversati, e di farlo adottando uno  sguardo obliquo o “indiretto”, vale a dire cercando di produrre una sorta di “suspension of belief”, una forma di epoché osservativa. Nel perseguire questo scopo ci si è trovati ad affrontare una questione quasi inedita  per una semiotica “in campo” – dunque per una etnosemiotica – come quella del trovarsi ad avere a che fare direttamente con la tragedia della violenza e della guerra, e della sua memoria, percepita in vivo, anche se in forma di negazione e rimozione.

Visti i tempi brevi dei sei giorni di lavoro a Prijedor si è trattato non di un vero e proprio lavoro etnografico ma, piuttosto, di un fruttuoso  percorso di osservazione etnosemiotica collettiva su memoria post traumatica e spazi urbani.

Gli esiti di questo percorso di osservazione, infine, sono stati in parte riportati nel corso del congresso AISS del 2013 a Rimini, poi pubblicati negli Atti.